Professor Augusto Enrico Semprini

Perché ho fatto il medico

Dopo un travaglio interminabile un forcipe mi ha portato alla luce, perché a quei tempi un taglio cesareo era ritenuto un’eresia. Vengo da una famiglia contadina con una scorza ruvida e ho sopportato bene il trauma ma, nonostante la mia nascita difficile, ho sempre voluto fare il medico.

“Oggi un taglio cesareo non è più considerato un atto di codardia ostetrica ma, secondo me, manca ancora un passo per un’ostetricia ancora più razionale: capire come il feto vive il suo parto”. – Prof Enrico Augusto Semprini

Non vi sono medici nella mia famiglia ma ho sempre sentito il desiderio di svolgere questa professione perché mi sembrava che un’attività così avvincente e altrettanto esigente potesse permettermi di mettere alla prova il mio carattere duro, severo, forte e volitivo. Ho seguito il mio percorso e, dopo gli amati studi classici, mi sono iscritto all’università. Non ho mai frequentato i corsi, com’era lecito a quei tempi, ma fin dai primi anni di studio sono andato in corsia.

Un colpo di fulmine sulla via di Bethesda

Al quarto anno di medicina, ebbi un colpo di fulmine dopo la conferenza del direttore dei National Institutes of Health americani. Mi sono presentato a questo luminare e, senza alcun pudore, gli ho chiesto di poter andare a lavorare nel suo laboratorio, a Bethesda, vicino a Washington. Mi disse di scrivergli e, pochi mesi dopo, ero in questo centro di ricerca in un laboratorio avveniristico. Mesi fantastici, formativi, ma che mi hanno ulteriormente allontanato dal normale corso di studi. Al rientro in Italia ho fatto lo studente interno in un reparto di medicina specializzato in malattie epatiche.
Nell’ultimo anno di corso sostenni trentatré esami, grazie a tutto il tempo che avevo trascorso a contatto con i malati e i medici dei reparti dove ero stato presente.

Ho lavorato nella stessa sala parto dove sono venuto al mondo

Dopo la laurea, chiesi un incontro con il direttore della Clinica Mangiagalli di Milano, dove ero stato partorito. Lasciai quindi medicina interna per iniziare il mio tirocinio come ostetrico e ginecologo. Per approfondire lo studio del rapporto immunitario tra la mamma e il feto andai a vivere per tre anni ad Ann Arbor, in un laboratorio sotterraneo dell’Università del Michigan, una delle top ten degli USA.

Mentre ero nel Michigan, una nuova malattia, quella dell’immunodeficienza umana indotta dal virus HIV, sconvolse il mondo. Non si riusciva a identificare il virus e, quando finalmente furono chiarite le sue caratteristiche, ci vollero anni per trovare farmaci capaci di neutralizzare la sua azione di danno irreversibile al sistema immunitario.

La guerra al virus dell’AIDS

Conseguita con onore la mia Fellowship americana, rientrai in Italia. Una coppia italiana, lui sieropositivo e lei no, mi pose il problema di aiutarla ad avere un figlio senza il rischio di trasmettere il virus con il rapporto sessuale. La mia ipotesi di lavoro era che si potessero separare gli spermatozoi dall’eiaculato ricco di virus per estrarre un concentrato “pulito” da trasferire con un’inseminazione nell’utero della donna sieronegativa. In tutte le attività di ricerca la centrifugazione è un sistema semplice per separare cellule di diverso peso e dimensioni, così avevo fatto per le lipoproteine, così per isolare i linfociti. Mi chiesi se si poteva fare lo stesso per separare gli spermatozoi dalle particelle virali e dai linfociti del seme infettati dal virus. I dati del mio laboratorio confermavano questa possibilità scientifica e la possibilità di farne ricorso per avere gravidanze sane. Il metodo, in realtà molto semplice, si chiama lavaggio seminale e oggi è usato in tutto il mondo.

Avere un figlio sano da un padre HIV-positivo

Con trepidazione e dopo avere discusso con le prime coppie sierodiscordanti (lui infetto e lei no) i limiti delle conoscenze raggiunte in provetta, procedemmo all’ospedale San Paolo di Milano con le prime inseminazioni. Conscio dell’impatto e delle critiche che questa ricerca avrebbe suscitato nella comunità scientifica, attesi che il primo bambino avesse tre anni e fosse del tutto sano prima di pubblicare questo risultato straordinario. Dopo che “The Lancet”, la più antica e prestigiosa rivista scientifica del mondo, rilasciò un comunicato stampa anticipando la pubblicazione del lavoro, l’ospedale San Paolo finì su tutti i giornali del mondo e giornalisti della Rai, della Bbc, della Cnn, di Channel Four facevano la coda per interviste e riprese. I dati erano straordinari e padri malati, magari con pochi anni di vita di fronte a loro, potevano sperare di avere un figlio sano senza trasmettere il virus alla loro compagna. L’ospedale aveva un terzo dei pazienti stranieri e ora che i primi bambini nati con questa tecnica sono ormai maggiorenni, è bello pensare che un ragazzino di Orlando, in Florida, o di Nuova Delhi, in India, è lì perché le tue ricerche hanno permesso questa gravidanza.

Ricercatore e consulente in Inghilterra

Dopo l’esperienza universitaria accettai l’offerta dell’University College di Londra e del Chelsea & Westminster Hospital di diventare ricercatore e consulente onorario. Ho chiesto poi a tutti i centri europei che utilizzavano il mio metodo di lavaggio seminale di creare una rete collaborativa per definire i limiti di sicurezza e di efficacia del metodo. Chiesi ai miei collaboratori di seguirmi per poter continuare il nostro percorso. Tutti insieme abbiamo aperto uno studio medico nel quale lavorare insieme, come avevamo fatto in passato, con un forte senso di coesione e di responsabilità clinica e scientifica.

Rendere possibile la vita

Ho sempre saputo che trovarsi di fronte problemi impegnativi affina il proprio modo di ragionare su come affrontarli, scomporli e risolverli. Fin dall’inizio della mia specialità ho scelto di seguire solo donne con patologie rilevanti che potessero influire negativamente sulla gravidanza o che potessero peggiorare a causa della gravidanza stessa. Le donne con lupus, una malattia autoimmune, venivano dissuase dal loro desiderio di diventare madri per il rischio di risvegliare la malattia ma noi abbiamo dimostrato che, se ben curata, la gravidanza decorreva sicura per la madre e per il feto; alle donne con aborti ripetuti veniva spesso detto solo di ritentare e abbiamo dimostrato che, con un piccolo sforzo diagnostico, si possono aiutare ad avere i figli che tanto desiderano anche dopo tanti insuccessi; infine, siamo riusciti a far sì che le donne con un compagno sieropositivo possano concepire senza rischi e avere un figlio sano.
Guardo indietro e vedo che questa è stata la mia attività e la mia vita di ricercatore ma anche di clinico e di chirurgo. E stato il mio modo di fare il medico. Sono ancora convinto che fare il medico sia la più bella professione del mondo.

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